Le tre Eloise. Saga veneziana

Prefazione al libro di Guido Sattin ‘Le tre Eloise. Saga veneziana’, pubblicato da Otto Venti

Prefazione al libro di Guido Sattin Le tre Eloise. Saga veneziana, pubblicato da Otto Venti.

Guido Sattin: «Dicono che la storia sia una linea: una data, poi un’altra, poi un’altra ancora. Ma chiunque abbia mai ascoltato una donna di questa famiglia sa che non è così.

Le tre Eloise non è solo un romanzo, ma un’eco che attraversa due secoli di vita veneziana. Non procede come una cronaca disciplinata, ma si dispiega come la memoria stessa: per risonanze, ritorni e sovrapposizioni, dove i vivi conversano con i morti e il tempo si muove a spirale….

Venezia non è un semplice scenario: è un corpo vivo che viaggia anche quando sembra immobile».

Echi di Venezia

Ci sono libri che si limitano a raccontare una storia e altri che, invece, sanno anche ascoltare i rumori del luogo in cui quella storia accade. Le tre Eloise appartiene a questi ultimi. Non procede come una cronaca né si organizza come una genealogia disciplinata: si dispiega piuttosto come fa la memoria quando non vuole obbedire. È un libro che non cammina in linea retta perché la materia di cui è fatto – la vita, il sangue, il gusto, la città – non lo ha mai fatto.

Dalle prime pagine comprendiamo che qui la storia non è successione, ma eco. Non si eredita soltanto un nome, bensì un modo di stare al mondo. Le tre Eloise non sono tanto personaggi distinti quanto variazioni di una stessa energia, incarnazioni successive di una forza femminile che attraversa i secoli senza esaurirsi. Non si sostituiscono: si sovrappongono. Non si spiegano: si riconoscono.

Il tempo di questa narrazione non è quindi cronologico, ma lacunare. Come Venezia, il racconto è fatto di pieni e di vuoti, di canali nascosti, di ritorni inattesi. I secoli si toccano, i morti conversano con i vivi, le cucine dialogano con i saloni imperiali, e la Storia – quella che pretende di avanzare a passo sicuro – viene costantemente deviata dall’ostinazione del quotidiano. Qui i grandi avvenimenti non si impongono: attraversano le case, filtrano dalle finestre, si siedono a tavola.

In effetti, uno degli aspetti più suggestivi del testo è che la sua peculiare struttura rimanda a una riflessione sulla “storia”. Basti pensare all’accezione originaria del termine historía: da un lato il sostantivo hístor, che indica colui che vede o testimonia; dall’altro il verbo historein, che rinvia anch’esso all’idea di vedere o conoscere in prima persona. In Le tre Eloise la testimonianza di ciò che è accaduto si manifesta attraverso una profonda considerazione della “storia” che si vuole raccontare, assumendo entrambe le accezioni del termine: “ciò che accade” e il suo “racconto”, cioè i fatti e il loro sviluppo narrativo.

Inoltre, come ha ben esposto Paul Ricoeur, gli eventi diventano significativi all’interno di una trama, manifestando una storicità possibile solo come tempo narrato. Così, ogni discorso storico stabilisce le condizioni per ordinare il passato, perché la storia è un cumulo di frammenti che introduciamo nella razionalità di un ordine.

Questa consapevolezza invita a pensare al modo più pertinente per riflettere il tempo descritto. A tal fine, si possono considerare distinzioni come quelle stabilite da Tzvetan Todorov tra le “figure del discorso” (la continuità, la regolarità, la concentrazione e l’equilibrio) e le “figure dello sguardo” (il frammento, la dispersione e l’eterogeneità).

Guido Sattin non opta per un approccio discorsivo – che corrisponderebbe al saggio accademico, alla chiarezza e alle evidenze – bensì per uno diegetico, che assume nella sua forma il frammento e ricrea le stesse questioni attraverso la finzione; ossia offre un punto di vista diverso sugli stessi avvenimenti, rielaborandoli, mentre attiva anche una riflessione sulla stessa modalità di disporre la storia.

In effetti, dichiara esplicitamente nel prologo che questa storia non avanza in linea retta, ma per risonanze, ritorni, anticipazioni e sovrapposizioni: «Dicono che la storia sia una linea: una data, poi un’altra, poi un’altra ancora. Ma chiunque abbia mai ascoltato una donna di questa famiglia sa che non è così. E quando arriva una storia come questa – stratificata, piena di echi, di antenati, di voci interrotte e riprese – non è chi la racconta a decidere. È la storia stessa che si accende, come se tutta la genealogia bussasse al legno, chiedendo di essere detta».

Questa scelta può generare tanto fascino quanto perplessità, nonostante i precedenti che lo avallano: sono infatti le avanguardie letterarie, musicali e visive delle prime decadi del XX secolo ad assumere come identità la rottura, accettando al contempo la frammentazione del reale e l’impossibilità di un ritorno a un’epoca piena e dotata di un centro capace di dare senso a tutto. 

Si tratta di un ripensamento di questioni presenti in altri autori, come quando Robert Musil propone un’altra via di fronte all’impossibilità del racconto come linearità e causalità o come sistema. Da questa sensibilità si proietta una “storia” prospettivista, in cui gli eventi si chiamano tra loro attraverso questa trama elaborata e uno stile curato, evocativo e marcatamente sensoriale.

È infatti costante l’uso del dettaglio concreto (odori, sapori, suoni, gesti) che ancora la storia al corpo. Il narratore interviene di frequente, riflette, ironizza e dialoga con il lettore, rafforzando l’idea di un racconto orale, trasmesso più che costruito, nel quale compare spesso il dialetto veneziano, non come colore locale decorativo, ma come vero portatore di senso e di mentalità.

E questo ci conduce a un altro aspetto fondamentale: in Le tre Eloise Venezia non è un semplice scenario, poiché permea tutti i livelli del testo e finisce per diventare il personaggio essenziale di questa storia.

***

Venezia è stata magnificata innumerevoli volte non solo come città, ma come luogo di leggenda, spazio privilegiato dell’immaginario occidentale. Molti hanno tentato di fissarne la grandezza: basti pensare a Le pietre di Venezia di John Ruskin, quel libro che i viaggiatori inglesi del XIX secolo portavano sotto braccio, dove la città appare come custode del gotico e come spettacolo morale, capace di affascinare persino quando viene osservata con severità.

Più vicino nel tempo, Tiziano Scarpa torna su questo mito in Venezia è un pesce, un titolo che condensa un’intuizione essenziale: «Fin dalla notte dei tempi naviga». In effetti, il movimento delle acque, la tensione permanente nei confronti della terra ferma, già presenti negli antichi isolari, hanno trasformato Venezia in una costellazione di racconti, in un corpo che viaggia anche quando sembra immobile.

Non è un caso infatti che uno dei suoi figli più celebri sia Marco Polo, le cui storie, raccolte ne Il Milione, trasformarono l’Oriente in uno spazio mentale più che geografico, invitando il lettore a credere non tanto nell’esattezza dei fatti quanto nella potenza del racconto. Questa eredità riemerge, secoli dopo, nell’opera di Italo Calvino, quando immagina le città narrate a Kublai Kan come frammenti interconnessi, in cui le esperienze si chiamano l’una con l’altra e si influenzano reciprocamente. È in questa tradizione – quella di una Venezia che si pensa attraverso racconti che si intrecciano – che Le tre Eloise trova il proprio posto.

Sattin conosce le storie che hanno raccontato la città ed è consapevole dello sfondo mitico che circonda l’immagine condivisa di Venezia; tuttavia, la omaggia qui a partire dall’esperienza corporea citata: «Conoscerla non è questione di mappe o guide. Conoscere, vedete, non è solo un atto di testa. È una cosa che prende il corpo, la memoria – perfino il respiro. Conoscere Venezia è impossibile senza viverla: il suo odore, salmastro, di alghe, di umanità che si muove rapidamente e di secoli che si sovrappongono. I suoi sapori, di oriente, di impero austroungarico, di comunità ebraiche, greche, turche, tedesche, francesi…».

Per questo, nelle pagine di Le tre Eloise compaiono diversi piatti tipici della cucina veneziana (il saor, la castradina, ibigoli in salsa, il ragù d’anatra, il fegato alla veneziana, il baccalà mantecato, la cotognata di San Martino, le favette dei morti, le fritole di carnevale, la fugassa di Pasqua, I zaeti, la pinza…). Si tratta dunque di un’atmosfera in cui il tatto, l’olfatto, il gusto e l’udito costruiscono un avvicinamento a una città che si “sente” più di quanto si guardi, a differenza, per esempio, di quanto accade in Ruskin.

Tuttavia, la prospettiva offerta in questo libro va oltre il semplice costumbrismo, poiché nelle sue pagine è possibile riconoscere un vero ethos (sia come etica sia come costume): esso indaga il modo di essere dell’essere umano, una forma di abitare il mondo che trova nell’abitudine il modo di riflettere su ciò che ereditiamo e condividiamo. Per questo, il mondo gastronomico è, in un certo senso, un linguaggio politico.

Vi sono esempi che mostrano come questa costellazione di gusti e abitudini trascenda il quotidiano: il teatro delle consuetudini che è il mercato di Rialto è un luogo d’incontro per la cittadinanza, ma anche un attrattore in cui gli stranieri vengono “assorbiti” da una nuova realtà; allo stesso modo, quando si racconta l’origine dello spritz, esso diventa un simbolo di meticciato culturale. Nei piatti veneziani si condensa così la storia degli scambi, degli imperi, delle migrazioni. Cucinare è ricordare; mangiare è appartenere.

Massima espressione di tutto ciò è la seconda Eloisa, che detta ricette come se dettasse leggi, e in questo gesto apparentemente domestico si rivela una forma di potere più duratura di qualsiasi bandiera. Non siamo dunque soltanto di fronte a un elenco di pratiche quotidiane, ma anche a una sorta di idioma, in cui la seduzione permette l’unione tra il potere femminile e la continuità familiare.

Per questo, le Eloise, i Milner e tutti i personaggi non esistono ai margini della città, ma come sue espressioni. Inoltre, come le tre protagoniste del libro, Venezia non procede in linea retta, ma a spirale. In questo senso, le tre Eloise possono essere lette come incarnazioni successive della stessa Venezia: libera, ironica, sensuale, ostinata e indomabile.

In ultima analisi, la città appare come un luogo che non si lascia comandare, che si concede solo a chi accetta la sua logica particolare. È eloquente, a questo proposito, la storia di Johann Nepomuk Milner – che diventerà Giovanni Nepomuceno Milner – il quale giunge con l’ordine dell’Impero e scopre che in questa città non governano le leggi, ma le relazioni; non gli editti, ma il tatto; non la rettitudine, ma la deviazione fertile. Venezia lo trasforma, lo disarma, lo rende altro. Come ha sempre fatto.

Le Eloise sono figlie di questa stessa lezione. Donne che non dominano con la forza, ma attraverso la regola non scritta; regnano senza proclamarsi regine, governando il gusto, il ritmo, la memoria. La prima Eloisa danza e canta, con la Fenice nell’anima; la seconda organizza il mondo dalla cucina, senza dimenticare i balli in maschera; la terza reinventa l’ospitalità come forma di racconto, coltivando l’arte del gusto, di Rioba e del futuro. Nessuna di loro si presenta come eroina, eppure lo sono tutte, perché sopravvivono senza chiedere permesso, dimostrando una superba «capacità di vivere la vita come se fosse un gran ballo alla Fenice».

Tutto ciò ci viene restituito da uno stile raffinato, che accompagna questa visione con una prosa che non teme né la densità né la deriva. Oltre a privilegiare il sensoriale, il narratore non si nasconde: dialoga, dubita, si lascia trascinare. Come Venezia stessa, il testo si concede l’eccesso, la digressione, la pausa improvvisa. Perché assume, senza complessi, che la verità talvolta non risieda in ciò che si dice, ma nel modo in cui riaffiorano alla memoria luoghi vissuti come il Florian, la Biennale, le feste popolari o il concerto dei Pink Floyd.

Con questa costellazione si ripercorrono – come in un eterno ritorno – tutti gli elementi menzionati in precedenza: dalla “storia” come successione di fatti all’importanza del modo in cui viene raccontata, fino al mito della città che da tempi immemorabili solca i mari, accogliendo in sé un teatro in cui tutti siamo attori di una quotidianità che va oltre l’esperienza immediata.

Non va dimenticato, infatti, che Salvatore Settis, in Se Venezia muore, afferma che la città lagunare è una “macchina per pensare”, sintomo e segno di molti dei nodi della nostra contemporaneità e del modo in cui ci rapportiamo ad essa.

Così, Le tre Eloise è, in ultima istanza, un libro sulla trasmissione invisibile: delle donne, delle città, delle storie che non vogliono morire. Un libro che ci ricorda che la memoria non è un archivio, ma una «voce che bussa». E quando una di queste voci parla – tac, tac, tac – tutti ci sediamo ad ascoltare, comprendendo che nel racconto è in gioco la Storia.

Ficha técnica

Título del libro: Le tre Eloise. Saga veneziana
Autor: Guido Sattin
Prefazione: Echi di Venezia
Autor: Pedro Medina
Idioma: italiano
Editorial: Otto Venti, 2026
ISBN: 9798250626767
Le tre Eloise. Saga veneziana

Pedro Medina
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